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Biofotoni

Biofotoni

Tratto da un articolo di Scienza e Conoscenza di giugno 2019

Che cosa sono i biofotoni, chi li ha scoperti e come stanno rivoluzionando il mondo della medicina, della psicoterapia e della scienza?

«Secondo alcune teorie fisiche e della percezione - scrive il professor Gioacchino Pagliaro su Scienza e Conoscenza 68 - il nostro apparato sensoriale ci consente di cogliere circa il 4% della realtà che ci circonda.Nonostante ciò abbiamo la sensazione di percepire tutto quello che sta intorno a noi. Come mai questo accade? Di cosa è fatto il restante 96% della realtà?

Se da un lato sappiamo bene che esistono, sia nell'organismo che nell'ambiente, alcune forme di energia che sono rilevabili solo con particolari dispositivi e apparecchiature, dall'altro facciamo molta fatica a credere che negli organismi viventi ci possano essere delle energie luminose non visibili a occhio nudo».

La ricerca sui biofotoni è un campo d'indagine all'avanguardia e che sta aprendo scenari di grande interesse e possibilità di integrazione tra diversi campi della conoscenza.
Una "luce nuova" per comprendere la complessità dell'individuo e i meccanismi che ne regolano la salute e il benessere globale.

LA SCOPERTA DEI BIOFOTNI: un pò di storia

L'attenzione per i Biofotoni nasce dalle ricerche sui fotoni. Il fotone è una particella di luce il cui nome è stato coniato da Einstein durante i suoi studi sull'effetto fotoelettrico. L'esistenza del fotone fu confermata vent'anni dopo, sia da R. Millikan che dal fisico e chimico G. Lewis.

L'accettazione dell'esistenza dei fotoni comportò sin dai tempi di Einstein un lungo e aspro confronto con la teoria antecedente, che invece considerava la luce come un'onda. Da questo acceso dibattito, che vedeva un serrato confronto tra alcune delle migliori menti della fisica, sorse una nuova inimmaginabile teoria secondo la quale il fotone, o quanto di luce, poteva comportarsi sia come onda che come particella. Partendo dalla definizione del fotone si arrivò in seguito a creare il termine biofotone, per indicare una forma di luminescenza ultra debole presente nei sistemi viventi.

Oggi con particolari dispositivi, analizzatori biofotonici, camere multispettrali e fotomoltiplicatori, è possibile rilevare queste emissioni. Il primo studioso che introdusse nel 1923 il termine biofotone nell'accezione di un'emissione ultradebole di luce da parte dei sistemi viventi fu il biologo A. Gurwitsch. Tutto ebbe inizio dal suo famoso esperimento con le radici di cipolla che gli permise di presumere l'esistenza di un'emissione di raggi ultravioletti (UV) (Beloussov et al.1997).

Nel 1974 V.P. Kaznacheyev, dell'Università di Novosibirsk, rilevò una comunicazione tra le cellule attraverso i biofotoni .

I biofotoni in Italia furono studiati negli anni Cinquanta dal biologo Protti e dal fisico Facchini dell'Università di Milano:attraverso le loro ricerche dedussero che l'emissione dei biofotoni era in relazione alla vitalità del soggetto. Ma il fisico Italiano che più d'ogni altro ha legato il suo nome ai biofotoni è certamente Emilio del Giudice, che attivò, insieme al biofisico Fritz Albert Popp, un importante filone di ricerca sui biofotoni. Gli studi di Gurwitschfurono ripresi negli anni '80 e '90 da F. A. Popp e da L.V. Beloussov. Popp, in particolare, è il bio-fisico che ha descritto con i suoi studi le caratteristiche e le proprietà basilari dei biofotoni. La teoria di Popp ha dato inizio a un confronto scientifico caratterizzato da obiezioni e critiche, ma ha sollevato anche un grande interesse, al punto che il ricercatore è riuscito a fondare un prestigioso istituto di ricerca.



Biofotoni e Salute

Una questione interessante

su cui concordano diversi autori, riguarda la possibile relazione tra le emissioni luminose e la salute.

Alla fine del secolo scorso, il biofisico Fritz Albert Popp dimostrò che i biofotoni sono una forma di luce coerente, e possono essere intesi come una luce laser biologica in grado di generare e mantenere l'ordine nell'organismo umano, ma anche di trasmettere informazioni al suo interno.

Nel 2009 rilevò che le cellule tumorali in un terreno di coltura aumentavano l'emissione di biofotoni, cosa che invece non avveniva nelle cellule normali (Popp 2009). Da qui si sviluppò l'idea che potesse esistere una connessione tra il tipo di emissione di luce, la malattia, e la salute, aspetto quest'ultimo che lasciava intuire anche un ruolo dei biofotoni nella trasmissione di informazioni tra le cellule.

Diversi studi oggi confermano questa tesi (Van Wijk, 2001) e sottolineano che la luce gioca una parte molto importante nelle modalità di comunicazione cellulare.

D. <Fels, continuando questo tipo di ricerche, ha dimostrato, in un interessante lavoro pubblicato su "Plos One", che proprio per mezzo delle emissioni biofotoniche le cellule si influenzano reciprocamente (Fels, 2009).

Ma le sorprese non si fermano qui: più gli studi si espandono e più emergono le proprietà dei biofotoni, alcune addirittura impensabili. Tra queste la capacità di agire sui processi di riparazione, di crescita e di divisione cellulare.

Coscienza e intenzione di guarigione

L'organismo umano non è solo una vasta comunità di cellule che armonicamente operano per la salute e per la sua tutela, ma è al tempo stesso un vasto campo energetico, e il biocampo umano, che preferisco chiamare campo energetico umano, è caratterizzato da campi elettromagnetici, frequenze, processi quantistici e da emissioni di luce che scambiano informazioni al suo interno e con l'esterno. Proprio queste emissioni di luce potrebbero svolgere un ruolo fondamentale tra il corpo fisico e la mente e tra la mente e la realtà circostante (Pagliaro, 2018).



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